Ognuno ha voglia di sapere il proprio posto qual è…mentre ripensavo e rigustavo il concerto di sabato, mi veniva da riflettere su cosa abbia portato e stia portando allo sfasciamento del coro.
S’è formato un altro coro, più piccolo. Un coro selezionato, fatto di gente che si impegna, di gente molto intonata, di gente che nella maggior parte dei casi studia tecnica vocale o ha uno strumento a casa, di gente nuova e di gente che fa parte del coro “grande”. Un po’ un figlio bastardo, come dire. Avrei potuto dire illegittimo, sarebbe stato più carino, più politically correct. Purtroppo però è così che viene visto dal coro “madre”. La mia impressione è che le persone non sappiano più qual è il loro ruolo. Il coro piccolo ufficialmente studia le parti più difficili ma di fatto supporta fortemente la rimanente parte del coro in tutti i pezzi. Venerdì, dopo la prova, parlando con un contralto mi sono dichiarata piacevolmente stupita dei risultati ottenuti in questi mesi, ho detto che la prova era stata bellissima, ho comunicato le mie emozioni. Lei mi ha risposto, con amarezza più che con ironia, che i pezzi erano venuti bene perché non li aveva cantati il coro. Lì per lì ho solo incamerato le parole, la consapevolezza del concetto m’è venuta dopo. E ho capito. Ho capito il malcontento, ho capito la sensazione di essere i figli di serie B, quelli sempre un po’ bocciati, quelli che fanno numero nelle foto di famiglia, quelli che però non ti sogneresti mai di portare ad una cena ufficiale. Quelli che ora chiedono insistentemente e con tutti i mezzi, puliti e anche molto molto sporchi, a voce o coi fatti, personalmente o nascondendosi dietro l’accademia, che si torni in un ambito rassicurante fatto di canzoni e partiture di livello più basso. Il mio primo pensiero, lo ammetto e l’ho scritto, è stato che fossero persone non in grado di emozionarsi per e mediante la musica. Poi mi sono rivista nelle lacrime che ho versato nel momento in cui è stato fatto vacillare quello che io pensavo fosse il mio ruolo, una delle mie certezze. Io sono riuscita a riprendermi quel posto che volevo mio, sono riuscita a prendermi un ruolo rubato finanche all’interno del coro piccolo. Ma io conosco la musica. La so leggere e seguire. Loro no. E probabilmente non impareranno mai. Un po’ magari non sono portati, un po’ non sono motivati. Di certo questo sentirsi estranei in casa propria non aiuta. Il coro piccolo, da parte sua, non si rende minimamente conto di ciò che vuol dire questa esclusione. Cammina da solo nella sua autonomia lasciando agli altri la precisa consapevolezza di essere zoppi.
Un anno fa si formò un coro parallelo, del coro ufficiale ne facevamo parte in 5 o 6. Era totalmente indipendente, si riuniva in un’altra città. Eppure ciò creò malcontento all’interno del coro. Ci si chiedeva perché il maestro non li avesse invitati a fare il provino (sì, era un coro ad audizioni) o non li avesse presi. A noi il provino non fu richiesto perché sarebbe stato ridicolo: studiavamo tutti tecnica vocale con lui, lui conosceva la nostra voce anche meglio di noi, sapeva valutarne i difetti e le potenzialità. C’era gente all’interno del coro che ci rimase male. A me e a Linda venivano fatte domande casuali e ricorrenti su quello che si stava studiando. Chiaramente ci si riuniva in giorni diversi. Linda si trovò presto di fronte ad una scelta, non ce la faceva a seguirli entrambi, aveva la maturità. Scelse il secondo. Chiaramente. Era un coro di musica barocca. Le partiture erano molto belle e dalla prova si usciva sempre arricchiti, non si aveva mai la sensazione di aver sprecato tempo, non bisognava passare due ore sulle note di una voce. Il coro prese la fuoriuscita di Linda malissimo. Qualcuno disse al maestro che portava via le voci migliori dal coro. Si trattava di libera scelta, ovviamente, ma quello era un concetto più difficile da accettare. Io mi uccidevo per mantenere entrambi gli impegni, oltre alle lezioni di tecnica vocale e al lavoro che mi impegnava quelle 10 ore medie giornaliere. Poi il progetto dell’altro coro fallì, eravamo troppo pochi. Nel coro tornò l’armonia, come se qualcuno dall’alto avesse riacceso la luce, era stata tolta la spina irritativa. In questa situazione, lampantemente analoga e tragicamente peggiore (il coro piccolo è di fatto una parte del coro grande), alcuni degli esclusi di un anno fa ora sono i protagonisti. Le persone che un anno fa volevano quasi mandar via il maestro perché “che palle ‘sto barocco” sono cresciute, hanno iniziato a studiare, sono state gratificate nel loro cammino da una sorta di promozione. E, come tutte le persone che crescono, non ricordano di essere state qualcosa di diverso. E criticano, non capiscono.
il coro si sta sfasciando perché parla lingue diverse, perché cammina su strade diverse e ha obiettivi diversi. Il coro si sta sfasciando perché per alcuni un “do” è un’emissione di voce che preclude ad un suono e per altri è una semplice nota. Si sta spaccando perché per alcuni un fiato è un qualcosa che ti nasce da dentro e su cui letteralmente appoggiare il suono, per gli altri è semplicemente un respiro. Sta implodendo perché la musica non è più un modo di comunicare, ed era l’unico linguaggio comune possibile.
mercoledì 18 maggio 2005
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Il tuo post mi fa riflettere su una cosa, il mio rapporto con i cori, sarebbe però lungo parlarne sul tuo blog, in un commento che andrebbe ad occupare fin troppo spazio. Grazie di aver generato tale riflessione. apresto
RispondiEliminaMr. Pink