mercoledì 23 gennaio 2008

Quando, quasi quattro anni fa, decisi di mettere tutto su un carro e venire a vivere qui con Tiz feci un azzardo e lo sapevamo entrambi: sul tavolo c’erano le nostre vite noi giocammo tutto sul nostro numero. Molto romantico, ma se da un lato eravamo sicuri del nostro amore dall’altro non eravamo così ingenui da pensare che questo bastasse. Entrambi con famiglie sbagliate alle spalle. Una creatasi per un motivo non giusto: l’arrivo di un figlio, se non cercato, non fa di due persone una famiglia…l’arrivo di un figlio cambia e scombina così tante logiche di coppia che la coppia deve essere stabile in se’: si diventa madri con due lineette sbiadite, si diventa padri parecchi mesi dopo. L’altra invece nata per scelta: due persone si conoscono, si piacciono, decidono di sposarsi, etc. Due persone completamente diverse tra loro, che non sono mai riuscite a fare di questa diversità la loro forza; due persone che di fronte a difficoltà non prevedibili e non calcolate non sono state capaci di fare fronte comune. Due persone che si sono amate e che a loro modo ancora si amano. Ma questo col creare una famiglia felice e serena non c’entra molto.

Questo nostro bagaglio di esperienze passive faceva sì che fossimo perfettamente coscienti del fatto che le cose potessero anche non andare bene. La nostra storia più che decennale ci aveva visto cambiare, crescere, ma erano quattro anni che le nostre strade in qualche modo s’erano divise: un obiettivo comune in fondo ma non si sapeva mai se, come, quando ci si sarebbe arrivati. Avevamo questa storia lunga alle spalle, una storia pesante e densa, ma non avevamo mai convissuto. Certo c’erano state le vacanze, anche lunghe, insieme a casa dello zio, da soli. Ma erano piccole cose rispetto alla prospettiva di una vita insieme: non c’eravamo mai scontrati coi problemi di tutti i giorni, con il confronto pratico sul modo di vedere un evento, con la condivisione di uno spazio di entrambi. Da quattro anni vivevamo lontani, vivevamo realtà diversissime.

La convivenza fu necessaria. Ci è servita per capire se le basi che nel tempo avevamo creato fossero così stabili da reggere il peso di quello che di lì in poi volevamo creare. Io la convivenza l’ho vissuta male, in realtà. L’idea della necessità di questo banco di prova mi avviliva. Ci amavamo, bastava. Si aggiunsero anche problemi economici e logistici: mi sarei dovuta trasferire, subito dopo il matrimonio, senza lavoro, in una realtà che non conoscevo…non faceva per me. Io sono una di quelle che hanno bisogno di terra stabile sotto i piedi, l’ignoto mi spaventa e di fronte allo spavento annichilisco. C’era inoltre la grande incognita dell’andare a vivere lontano, lontano da tutti, dalla famiglia, dagli amici. Avrei potuto scoprire che non ero fatta per quella vita. Mi convinsi che fare una prova fosse la cosa migliore da fare e il tempo ci diede ragione. Nell’anno e mezzo di convivenza che ha preceduto il matrimonio il legame si è rinforzato, alcuni angoli si sono smussati, ho capito cosa volevo e come averlo. Quando siamo arrivati a sposarci eravamo finalmente coscienti di quello che veramente volevamo: non ci sposavamo per regolarizzare una posizione, ci sposavamo perché avevamo voglia di mettere nero su bianco il nostro impegno di vita comune. Ci sposavamo per creare una famiglia. Mi ricordo ancora l’emozione nel buttare l’ultimo anellino contraccettivo, pochi giorni prima del matrimonio. Era qualcosa che avevo aspettato di anni di poter fare. Ero pronta da tempo. E Piergiorgio l’ho voluto io, ho insistito. Eravamo pronti: io me ne ero accorta, Tiz ancora no. Siamo diventati e stiamo diventando, ogni giorno, una famiglia. Partendo dagli sbagli delle nostre famiglie, confrontandoci su tutto.

Con tutte queste premesse è facile capire perché avessimo deciso di cercare una casa in affitto. La nostra storia era al banco di prova, non era proprio il caso di appesantire l’esame creando dei vincoli economici e giuridici prima del necessario. Inoltre con la prospettiva di un matrimonio e senza lavoro mio, c’era poco da fare gli splendidi. Poi c’era il fatto di abitare lontano. E se non fossi riuscita ad adattarmi? Se vivere qui mi avesse fatto ribrezzo? Se avesse causato un vivere male mio e di conseguenza della nostra coppia? L’affitto ci sembrava la soluzione migliore, non c’era storia. Vedemmo qualche casa e ci scontrammo ben presto con la dura realtà di questa zona: case in affitto quante ne vuoi, ma solo affitti estivi. Case senza riscaldamento perché nate per essere usate solo d’estate. Case piccole, care, buie. Finché un giorno trovammo questa. Io entrai e decisi: è questa, punto. Ma era la nostra casa zero: Tiz era ancora accasermato e vivevo con mammà. Non avevamo il confronto, non avevamo nessun rapporto affettivo con altre case nostre.

Ora stiamo cercando una casa, l’acquisto della quale è comunque subordinato alla vendita di un'altra giù ma è comunque probabile che entro un anno, un anno e mezzo si vada via da qui. Compreremmo volentieri questa casa, ma il proprietario per ora non ha ancora deciso se venderla e quando.

E così…così domani e dopodomani abbiamo appuntamento per vedere la nostra prima casa, che poi non sarà di entrambi ma veramente poco mi importa, e da una parte sono quasi euforica…dall’altra sono triste di lasciare questa casa che ci ha visto crescere così tanto in questi ultimi tre anni.

Tappe, si cambia, si cresce…

1 commento:

  1. Vi auguro di innamorarvi pazzamente a prima vista di una casa... come è successo a noi (ma senza raffaella canta o equivalenti, per carità! :-D ). Vedrete che sarà bellissimo!

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