IL NIDO
L’avventura scolastica dell’enp è iniziata. Ed è iniziata in netto anticipo rispetto a tutte le previsioni materne. Mi ero detta che stando io a casa il nido non era necessario, bla bla bla…
Poi. Poi una mattina mi sono guardata allo specchio e mi sono detta “non ce la faccio più”.
E me lo sono detta con molta onestà, ignorando i feroci sensi di colpa che quell’affermazione comportava.
In realtà il motivo per cui l’enp va al nido è (anche) che vorrei tornare a lavorare. Vorrei sentirmi realizzata, oltre che come mamma, anche come persona lavoratrice. Il mio lavoro mi piace, l’ho scelto, l’ho sudato, è la mia strada. Ed è totalmente incompatibile con un bambino che, assolutamente giustamente, pretende attenzioni h24.
Un bambino che ha diritto ad una mamma serena e realizzata.
Un bambino che ha diritto alla socialità e al gioco.
Mio figlio non cerca la compagnia. Un po’ per carattere, un po’ per mancanza di occasioni. Il nostro stare lontani da amici e parenti ha come conseguenza anche il fatto che gli unici volti che l’enp vede su base regolare siano solo quelli di mamma e papà.
Mamma e papà sono mamma e papà, non amichetti, non compagni di giochi. Come è giusto che sia. L’enp è un bambino che gioca da solo, che in realtà spesso vuole giocare da solo. E questo, francamente, mi preoccupava un po’. Ok l’individualità, è carattere, ma il rischio di sfociare nell’asocialità si presentava piuttosto alto. In realtà l’enp è un bambino che va volentieri con tutti, si lascia prendere in braccio tranquillamente…ma non ti cerca lui. Lui accetta, non cerca.
Un altro fattore che ha pesato sulla scelta è stato il fatto che, chiaramente, la nostra casa (come quella di chiunque altro, immagino) è a misura di bambino ma fino ad un certo punto. Se infatti ho tolto tutti i soprammobili e ammennicoli vari ad altezza bambino, mi è impossibile togliere tv, stereo, libri…tutte cose che l’enp non può e non deve toccare. Così, se da una parte è parte del suo percorso educativo il capire che ci sono cose che non si devono fare, dall’altra non è neanche giusto che la sua giornata sia interamente scandita da “Piergiorgio non si fa”, “Piergiorgio non si tocca”, “Piergiorgio la mamma ti ha detto di no”.
E così è arrivato il nido. Uno spazio dove lui può fare quello che vuole, dove viene stimolata la sua curiosità, dove soprattutto viene stimolata la sua socialità.
Chiaramente insieme alla decisione sono arrivate le critiche. Come se lo abbandonassimo in mezzo ad una strada. Il nido per ora è una scelta, non un obbligo. S’è deciso di iniziarlo prima che divenisse un’urgenza e che non ci fosse alternativa proprio per non caricarlo di ineluttabilità.
L’enp, dal canto suo, ha gradito tantissimo. S’era detto iniziamo con un’ora al giorno con la mamma, poi un’ora e mezza, dopo una settimana magari la mamma può anche allontanarsi per un’oretta e così via.
Il primo giorno siamo stati due ore e mezza e non m'ha cercata neanche con lo sguardo, il secondo giorno ce lo abbiamo lasciato per un’ora e dal terzo giorno è stato lì da solo e tranquillo.
Quella che sta finendo è stata la quarta settimana (purtroppo senza continuità) e ha iniziato a mangiarci e a dormirci senza problemi. Quando vado via mi degna di uno sguardo poi torna a giocare con gli altri bambini o da solo.
Essere genitori dell’enp è una frustata a sangue sull’ego. L’enp è un bambino totalmente indipendente. All’inizio pensavo che fosse colpa mia, questo suo poco attaccamento a me come anche al padre.
Poi ho capito.
Si pensa sempre che i figli siano una nostra appendice, una nostra creazione. In fondo in fondo anche una nostra realizzazione: la dimostrazione che diamo a noi stessi e al mondo di aver saputo lasciare un segno, in qualche modo.
Poi un giorno, nel tuo cammino genitoriale, ti rendi conto che non fai un figlio per te, lo fai per lui. Che la sua indipendenza è un regalo che ti e si fa. Che ti cerca quando ha bisogno di te, come è giusto e sano che sia. Che quando è disperato grida “mamma” perché sa che tu ci sarai e saprai consolarlo. Ma non ha bisogno di te per essere felice e questa è la cosa più bella che possa darti, quella che, nonostante sembri l’esatto contrario, ti rende più speciale: il suo chiamarti è frutto di una precisa scelta, non di una consuetudine. Mio figlio sta con chiunque, mangia con chiunque, gioca e ride con chiunque ma quando ha bisogno di sentirsi coccolato viene da me o mi chiama.
Dal canto mio spero che mantenga questa sua indipendenza. Lo spero per lui, chiaramente. Che questo suo non aver bisogno di una persona in particolare per essere felice lo accompagni il più possibile nella vita; che sappia, in questo modo, regalarsi la serenità.
mi sembra l'augurio migliore che si possa fare a un figlio.
RispondiEliminabrava ciccia!
Che belle parole!!!
RispondiEliminaAh, digli che solitamente l'alpina non va in giro ignuda a farsi vedere da tutti...mi addosso tutta la colpa della foto sul lushioso catalogo! La sua promessa è una brava ragazza! ;-)
eheheh, ricordo che al primo giorno di nido dell'INP rimasi quasi un po' male. Ma come? Nessuna scenata, pianto, attaccamento alla gamba della mamma? umpf
RispondiEliminaPoi ti assicuro che si riesce a dedicarsi con moltissima serenità ad "altro" sapendo che il cucciolo è sereno. Pensa come sarebbe andarsene mentre il piccolo piange inconsolabilmente. Straziante no?
:-D
sei stata brava. a renderti conto che non ce la facevi, e a renderti conto della preziosità dell'indipendenza. brava, davvero.
RispondiEliminail ranino andrà al nido a settembre, in barba ai sensi di colpa che avrò e che mi ricaccerò in quel posto. proprio come te.