giovedì 14 luglio 2005


UNA SETTIMANA FA...


...Alle 5 e mezza la sveglia ci ha ricordato di appartenere al genere umano. Doccia e districamento capelli (in probabile sciopero per via dell’orario). In pratica alle 7 eravamo in macchina docciati, rinfrescati e pronti all’avventura. Viaggio tranquillo, scoperta dell’A15, un’autostrada allucinante tutta curve e viadotti, c’è mancato poco che rinnovassi la tappezzeria della macchina. Insomma pianin pianello e col sacchetto per il vomito a portata di mano, ce ne arriviamo a Milano. Constatazione della tristezza del cielo, pensiero sul maltempo, visione di un sole pallido e malato, senso di costrizione cosmica. Forse presi dalle riflessioni sulla qualità della vita in un posto in cui le fabbriche sono a meno di un km dalle case, sbagliamo clamorosamente uscita sulla tangenziale est e con un po’ di magheggi eccoci alla volta di Monza,dove Tiz dirà la frase del giorno (c’era un’umidità pazzesca, a dirla tutta): “non ne posso più,c’ho le lumache sui reni”. Beh, comunque, meta in via di raggiungimento. Ordini ricevuti: direzione villa reale. Direzione villa reale? La direzione villa reale a Monza non esiste. Nel senso che trovi “autodromo” “centro” e tante altre belle cose, ma non “villa reale”. Ok, chiediamo. A chi meglio che a un benzinaio? Risposta esplicativa (senza nulla, né buongiorno né arrivederci, prima e dopo) “rotonda a destra, rotonda a sinistra”. Semplice, conciso, efficace. Prendiamo, finalmente, la strada giusta. La nostra meta finale è Carate Brianza. Perché  poi tutti i paesini dell’hinterland milanese finiscano in –ate è un affascinante mistero. Passiamo davanti al bivio per Arcore e ci sembra di vedere uno strano luccichio, come di oro, sul cartello, un caso? Proseguiamo, proseguiamo e d’improvviso: la luce, Carate. Parcheggio non a pagamento e raggiungiamo gli altri. Alle 18 c’è la presentazione e siamo ancora in alto mare e nel panico più totale. Il Sergio ha dormito due ore negli ultimi tre gg e, non fosse per l’adrenalina, rischierebbe di presentare i suoi molari alla gente invece del prodotto. Noi siamo più riposati e cerchiamo di darci da fare. Trovo un’immagine e la trasformo in ciò che ci serve, disegnando gli impianti elettrici.

All’improvviso si diffonde la notizia dell’attentato a Londra. Gelo, incredulità e l’assoluta consapevolezza che tra un po’ toccherà anche a noi. Dalla tristezza ci salva la fretta assurda, il mondo non può e non deve fermarsi, sarebbe come se avessero vinto. Di fronte a quello che è successo c’è una reazione che ci nasce da dentro: la meditazione, la voglia di abbracciarsi per vincere l’aria di morte che d’improvviso cala, non ce n’è stato il tempo, forse è stato meglio così. Ma vedo Mimmi sconvolto e mi rendo conto che sta pensando in che mondo metterà alla luce suo figlio
la Bene
tra 8 mesi. Lo capisco, io me lo chiedo anche se ancora non ne ho motivo.


Si sono fatte anche quasi le due e mezza e un brontolio incessante mi avverte che il mio stomaco dell’adrenalina se ne straciccia e vuole cibo. Bene, usciamo, io e Tiz, alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Niente panini, è troppo tardi. Ripieghiamo su una pizzeria. E apprendiamo empiricamente che la pizza a Carate non la sanno proprio fare: è alta come una ruota di bicicletta e ne ha la stessa consistenza, il gusto è di poco meglio. Vabbe’ riconsoliamoci con un gelato. E lì piacevole sorpresa. Qui in Toscana un gelato da 1,5 € (diconsi unovirgolacinquanta euro ovvero tremila lire più o meno del vecchio conio) si traduce in due gusti senza panna, un cono striminzito e anoressico. Avendo già preso la pizza prendo un gelato da unoecinquanta convinta di avere il cono anoressico di cui sopra, invece mi consente di metterci tre gusti e me lo fa enorme. Potendo escludere ogni suo tipo di dubbio su una mia eventuale denutrizione, ne abbiamo dedotto che col gelato abbondano di default, ed era pure molto buono. Morale: se siete a Carate Brianza non mangiate la pizza ma fatevi un bel gelatone.
Di ritorno apprendo, con notevole gioia (!), che il mio lavoro non si è esaurito manco per il cavolo, anzi. In pratica non sarò spettatrice silenziosa, come avevo macumbato fin dalla proposta della mia partecipazione all’evento. Dovrò parlare. PARLARE? Cazzo. Dentro di me smadonno due calendari ma mantengo il sorriso del “è tutto a posto”, quello che ogni architetto libero professionista acquisisce insieme all’abilitazione, quello che il resto della banda vuole vedere. Ok, improvvisiamo uno straccio di presentazione (e per fortuna c’è qualcuno che sa usare PP perché io a malapena so aprire le presentazioni altrui, figuriamoci farne una mia) e organizziamo un discorso convincente. In pratica dovrò spiegare le potenzialità dal punto di vista architettonico del prodotto che proponiamo e far vedere la differenza con gli impianti tradizionali. Nulla di tragico, sono cose che so. Ho solo l’ansia da palcoscenico, porca paletta. In realtà non ho neanche tempo di pensarci, bisogna sbrigarsi. La presentazione è a Monza, bisogna andare in hotel, predisporre tutto, lavarci ché altrimenti si ricorderanno di noi per l’odore e non per il prodotto, attuare il minimo sindacale della presentabilità, insomma. Mentre ci accingiamo a caricare la macchina, come da copione, inizia a piovere. Nel valutare i fatti seguenti tenete bene a mente che è il 7 di luglio. La strada dove siamo è un senso unico stretto, naturalmente una macchina dovrà passare a tutti i costi e ci toccherà smettere di caricare, fare il giro dell’isolato e tornare a caricare. Il tutto sotto la pioggia. Riusciamo a stipare tutto in macchina e ci dividiamo: chi sarà parte attiva inizia ad andare a sistemare, gli altri (essenzialmente i compagni di quelli di cui al punto precedente) vanno a sistemarsi a casa di Sergio. Vi ricordate che avevo accennato che stava piovendo? Ecco, al signore della pioggia deve essergli un po’ scappata la mano. Ad un certo punto ha iniziato pure a grandinare, ma non la grandine normale grande come brecciolino, no no. A noi è toccata quella geneticamente modificata, grande come noci. Ci siamo guardati terrorizzati e con la stessa paura inespressa che quelle breccole potessero spaccarci il vetro. Considerando anche la quantità di grandine a terra si era nella versione tangenziale di milano del sequoia adventure di gardaland. Non si sa come, arriviamo. E riscarichiamo tutto sotto la pioggia battente. Montiamo tutto ciò che deve essere montato e poi gli uomini vanno a casa a cambiarsi. Io mi faccio portare dalle ragazze la roba e mi cambio nei cessi, pardon nei bagni, siamo pur sempre in un quattro stelle. Tempo necessario all’operazione: circa 6 minuti, trucco compreso. E badate che ho cambiato tutto tranne le mutande. Insomma mi sono spogliata, inguainata in un body antistupro-strizzaciccia ché mimetizzare il rotolo di coppa sotto seno mi sembrava il caso, messa la camicia bianca contorcendomi come tarantolato per evitare che la stoffa strusciasse contro la mia nuova pellicina bella bella ma ancora taaanto sensibile, messo il gilet (sì l’aria condizionata era un po’ a manetta), i pantaloni neri, i sandali col tacco, la spuma ai capelli, l’ombretto (tre diversi colori, sfumati), la matita, il mascara e due rossetti (ero indecisa sul colore). Il tutto in sei-minuti-sei. Un po’ tipo superman che entra che è una scamorza e esce strafigo. La mia sensazione di essere strafiga è durata fino all’arrivo in sala, dove c’erano due ragazze trentenni rampanti appuntate con gli spilli, di quelle che nascono già con la linea perfetta dell’eyeliner e che da gattoni sono passate direttamente ai tacchi 13 a stiletto. Da cigno a brutto anatroccolo in quaranta secondi netti. Ma il mio uomo mi troverà bellissima e tanto basta. Il contingente maschile della formazione ci metterà più di sessanta minuti per rendersi presentabile, e dico tutto. Il resto è storia, la presentazione è andata bene. Poi il buffet. All’inizio tutti ad avvicinarsi con fare casuale tipo sono qui per caso poi hanno tirato fuori le cavallette che erano in loro e hanno spazzolato tutto. Ad un certo punto ho temuto per il centrotavola floreale. Sempre sotto la pioggia torrenziale abbiamo iniziato il viaggio di ritorno. Ci siamo dovuti rifuggiare sotto ad un ponte sull’autostrada perché era impossibile guidare, non si vedeva nulla per la troppa pioggia, un incubo. Ed allora, ancora bagnata e coi piedi a pezzi, la fra chiede a Tiz di darle le scarpe che gli aveva detto di riprendere dalla macchina di Sergio insieme ai vestiti. E Tiz fa “le scarpe?!? Quali scarpe?” non vi riporto la scena isterica che ne è seguita, vi dico solo che il mio uomo ha pensato, candidamente, che lasciare due paia di sandali in macchina di una persona che abita a 500 km da noi non fosse un problema ma anzi, quasi un intermezzo simpatico per movimentare la nostra vita che noia-che barba. Voglio dire: chi di noi non ha più di due paia di sandali (non scarpe estive, sandali) comodi (leggi senza tacco) nell’armadio? Ecco. La cosa ancora più comica è che essendomi messa il body e volendo, per ovvi motivi, evitare di uscire dal bagno con il reggiseno in mano, lo avevo incartato nella carta igienica e inguattato nella scatola da scarpe. A tutt’oggi quindi mi mancano all’appello n. 2 paia di sandali comodi n. 1 reggiseno. Un bilancio positivo, insomma.
dopo aver chiarito le nostre reciproche posizioni il viaggio è proseguito bene. Credo, perché all’altezza di
La Spezia
la donna del monte ha detto ko e si è abbioccata tragicamente risvegliandosi con le luci vicino a casa. Una vera dura, insomma. ‘n’c’ho più ’r fisico, decisamente.


4 commenti:

  1. haha che avventura... :D a me il massimo che è capitato tornando da Milano è stato, lo ricordo ancora, il mondo intero che si è spento.. guardavo un paesino che brillava di luce propria nel pieno della notte.. e zac.. è scomparso.. sisi.. proprio la notte del BLACK OUT

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  2. Uh,grazie mille per la dritta...stavo giusto progettando le mie vacanze estive, ed ora grazie a te ho deciso: si va a Carate Brianza a mangiare il gelatooooo! Che certe cose sono imperdibili. ;P
    Ciao! :)

    (la vecchiaia è una brutta bestia...iihihiihhi)

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  3. Beh, un'avventura ai confini della realtà! mmmm, assomiglio a Giulio Cesare, boh!

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  4. stiamo cercando Rebecca e Thomas..siamo tutti preoccupati...
    stiamo facendo girare la voce...
    Nadia

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